Oggi i fiori di pero erano nel pieno dello splendore. Si decantano quelli di pesco, simbolo della primavera, ma questi non sono da meno. Primavera, sì, primavera, oggi pioveva e piove ancora. Ma la pioggia ha sparso un buon profumo nell’aria. Ci mancava il sole, oggi. E c’era un’inquietudine colorata. Inquietudine, compagna discreta e così invadente, come il vento, che ora ha preso a fremere e ad agitarsi. Chissà dove va, con la sua capacità di ficcarsi dappertutto. Andrà lontano. Credo che domani uscirà il sole.
The sun rises slowly from the east. The sunshine becomes stronger by the moment. As it moves farther away from the horizon, the day becomes brighter.
Una volta una persona raccontò che metteva i guanti per sbucciare i mandarini, le dava fastidio quell’odore penetrante che lasciavano sulle mani. La sua casa bella e perfetta mi mise addosso una certa inquietudine ed anche l’albero di natale con la sua simmetria di addobbi e luci, che pure avrei voluto avercelo uno così.
Che cosa c'è di più celeste di un cielo che ha vinto mille tempeste.

L’ultimo film di Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna, mi ha lasciato molto perplessa. Mi aspettavo veramente di più.
E’ stata piacevolissima, invece, la visione di Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio, regista esoridiente a 59 anni, già sceneggiatore e aiuto regista. Un film molto delicato, con delle protagonisti non professioniste assolutamente brave e capaci - con la loro purezza e veracità - di dare al film un’intonazione leggera, scanzonata e nel contempo profondamente realista. Allo stesso modo, il protagonista Gianni, uomo di mezz’età in bilico tra piccoli vizi e senso di precarietà.
Sulla sfondo una Roma deserta e assolata, in cui il tempo procede gradevolmente lento, frenando il passo accelerato di un mondo che non sa invecchiare e molto probabilmente neppure essere giovane.
C’è qualcosa di strano in questa domenica mattina. Sarà per il sapore di quella ripartenza cui non ero più abituata, di quelle domeniche degli abbracci stretti fino al venerdì. Sarà perché l’estate sta andando via con uno strascico di freddo improvviso. E tutto è così indefinito. Questa percezione del tempo che sfugge accompagnata da una vaga costrizione a correre dietro varie incombenze pesa parecchio. E mi pesa sentire sciocchezze ministeriali, vedere qui e là gente rigonfia di vacuità, e mi pesa percepirmi intollerante.
Vorrei scrivere di più, catturare le immagini di questa stagione immensa prima che la memoria dimentichi i particolari. Ma è forte la sensazione di aver vissuto bene, di aver assaporato quello che c’era da assaporare. Dilaterò questo tempo ancora, mi darò da fare.

Non ero a conoscenza dell’esistenza della categoria del “professore meridionale”. Pensavo che solo i caciocavalli, gli ortaggi e compagnia producendo, potessero vantare peculiari caratteristiche sulla base del proprio luogo di provenienza. Evidentemente bisogna studiare di più: si scoprono cose nuove.
Del resto, ci aveva già pensato il libro Cuore a parlare di scuola per regioni e categorie, raggiungendo picchi di pathos come nella famosa espressione “E quell’infame sorrise” che bollava il “cattivo” Franti. Leggevo per caso il racconto qualche giorno fa in compagnia, non sapevamo se ridere o cosa. Non ricordavo questi picchi, il libro mi era stato proposto alle elementari come un libro sacro, ma da piccoli non si sa diffidare delle cose troppo serie.
E' passato più di un secolo da quell’Italia lì... o no? Molto sottile quest’articolo di Francesco Merlo, almeno si sorride un po’ sull’ idiozia, e in questi casi non si è mai abbastanza infami.
Io non so scrivere, e figuriamoci se riuscissi a raccontare dell’infinito. Ma certe volte il mare mi scoppia dentro. Amo questo viaggio senza meta, la direzione casuale che desidera smarrire la rotta per trovare ciò che non credeva mai. Mi piace fermarmi ogni tanto, ma solo per godere maggiormente della bellezza, poi ripartire, ripartire... E smarrirsi in quegli occhi intensi e marroni che si mescolano ai mille colori e profumi di paesaggi sempre nuovi, ritrovarsi divenuti. Percorrere le strade possibili senza previsioni e raccomandazioni, tanto se un autocarro decide di tamponarti, lo fa, ignaro del tuo spavento, dei pensieri che ti passavano per la mente in quel preciso istante. Tutto bene, siamo salvi. Si riparte, ancora.

“Panchine” di Beppe Sebaste, me l’ha prestato C. che ama inondarmi della sua inquieta curiosità, e neppure a piccole dosi. L’ideale per l’inizio di queste vacanze, dopo corse troppo frenetiche, troppo per me che – lo ammetto – non amo correre, anche se più o meno mi riesce e certe volte mi piace; ma poi ne risento, arranco, sbotto, ho bisogno di fermarmi, divagare.Ed oggi ci siamo fermati qui, su questa panchina dell'Orto della Regina del Parco di Roccamonfina. Il posto è infinito. Una piccola cima dalla quale si contempla il mare del Golfo di Gaeta e le isole Pontine, e tutto un bosco rigoglioso e piacevolmente misterioso che nasconde anche mura megalitiche di epoca sannita…
L’estate, la immagino immensa. Occhi nel mare, dita fra i rami, sogni nel vento. Che arrivi presto. Coi suoi pomeriggi assolati e le serate fresche. A volte sembra arrivata. Come lunedì a San Vincenzo al Volturno e a Rocchetta vecchia, che strano paese adagiato su quel costone roccioso con le sue case ormai abbandonate e le porte dischiuse al mistero di una natura che avvolge tutto, come quell’albero cresciuto in una casa coi rami che fuoriescono dalle finestre. A volte l’estate è ancora lontana, si fa attendere. Ma sta arrivando. Intanto mi godo questo pomeriggio che non sarebbe tanto libero, ma poi perché no?



«… E Nietzsche, con la sua teoria dell’eterno ritorno, diceva che la vita che noi viviamo la vivremo ancora, ancora e ancora, esattamente nello stesso modo, per l’eternità. Splendido, questo significa che io dovrei vedere ancora "Holiday on Ice"...».
E’ andata peggio della prospettiva farneticata da Woody Allen in una delle sue commedie più amabilmente complesse. La commedia ci sta tutta, e pure l’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche. Il problema è che è tutto drammaticamente reale. Vorrei che da un momento all’altro qualcuno venisse ad annunciare: “Basta così, non è vero niente!”. E calasse il sipario o, meglio, il velo pietoso.
Invece bisogna capacitarsi che la maggioranza del popolo italiano ha preferito votare chi ha fatto dell’aggressione alle istituzioni la sua linea politica o, per meglio dire, “antipolitica”: dagli attacchi contro la Magistratura a quelli nei confronti del Presidente della Repubblica, dall’insostenibile smodatezza verbale all’arroganza vacua e grottesca, dalle ordalie politiche alla più sprezzante demagogia... Tutte cose già sentite e risentite, dette e ridette. Non è neppure cambiato "tale" ed è stato aggiunto "quale", è solo tutto terribilmente "tale e quale". C'è chi ha ironizzato, invitando a non preoccuparsi, perché ora l'innominabile penserà solo al bene del Paese, al suo ha già pensato nelle passate legislature. Che l'ironia ci salvi.
Quell’essere ripugnante incarna il malessere di quell’Italietta, che non riesce ad indignarsi di fronte a cotanto spettacolo di bieca avidità, sempre pronta a giustificare e ad ignorare, pur di acclamare il più scaltro e il più potente. Forse perché anch’essa odia le istituzioni, non ha coscienza civile, né memoria storica, né capacità di sognare. Non ha dignità.